| L'Angelo di Dio |
L'ANGELO DI DIO "Ecco, Io mando il mio Angelo ed egli sgombra la via davanti a me e subito viene al suo Tempio il Signore che voi bramate; e l'Angelo dell'Alleanza che voi desiderate ecco viene promette il Signore degli Eserciti Jehovah Tsebaoth." (Ml.3:1) Quando Iddio vuole apparire e discendere tra gli uomini appare ed opera tramite il "suo Angelo" che invia per preparare la strada davanti a se.
L'espressione "mio angelo" o "Angelo di Dio" in lingua sacra si scrive "Malak-iod" dove lo Iod suffisso rappresenta il pronome genitivo singolare "di me". Malachi è divenuto poi l' appellativo del profeta detto appunto Malachia, il cui vero nome, come attesta la parola del profeta stesso (Ml.3:23), sarebbe stato quello di Elia. Nella versione dei LXX malak viene tradotto con il termine greco agghelos che come quello ebraico significa messaggero: "l'incaricato che parla ed agisce per conto e in nome di colui che lo manda" sia in un ambito di rapporti umani (Gn.32:47: Num.21:21; ecc.) che tra Dio e gli uomini. La Vulgata invece distingue tra messaggero divino angelus e messo umano che chiama nuntius. I LXX traducono malak con agghelos eccetto in alcuni passi: Nm.21:21;22:5; Dt.2:26; Gs.6:25; Sam.25:42, dove vengono usati dei termini greci alternativi come: inviati, esploratori e servi; viceversa vengono tradotti sempre con il medesimo termine comune di agghelos altri esseri celesti come Bene Elohim, i Figli di Dio (Gn.6:2; Dt.32:8), Abbir, i Forti (Sal.78:25), Elohim, gli Dei (Sal.8:6;Sal.97:7), nomi che classificano alcuni tra i Cori Angelici nominati da Tycho Brahè in "Thelestes". Uniformando in una generica popolazione tutti gli angeli la distinzione gerarchica in Cori (D. l'Areopagita: "La gerarchia Celeste) con la versione dei LXX viene a mancare. La Scrittura distingue l'Angelo di Dio, chiamato Mal'ak Yahveh (Gn.16:7; Es.14:19ss;ecc) o Mal'ak ha-Elohim (Gn.21:16), espressioni che ricorrono molte volte e sempre al singolare nell' Antico Testamento (E. Jenni e C. Westermann: "Dizionario Teologico dell'A.T."), da tutti gli altri angeli chiamati con il termine generico malak senza di seguito uno dei due nomi Divini Elohim o Yahveh che conferirebbero all' angelo una qualità in supremo grado (Scerbo: "Grammatica", pag.108). Malak Yahveh viene tradotto dai LXX con Agghelos Kupion, l'Angelo del Signore, e Malak Elohim con Agghelos tou Teon, letteralmente: Angelo dello Spirito. Ciò che distingue l'Angelo Divino da tutti gli altri angeli, creati e ordinati da Dio in tre Gerarchie e in nove Cori (Dionigi l'Areopagita, op.cit.), è proprio, come afferma la Scrittura, il Nome di Dio che vuole indicare nell'Angelo la Divina Presenza: "Ecco, io mando l'Angelo davanti a te a proteggerti nel cammino e per farti entrare nel luogo che Io ti ho preparato. Abbi rispetto della sua Presenza, ascolta la sua voce (Gv.1:23) e non ribellarti a lui; egli infatti non perdonerebbe la vostra trasgressione (Es.33:1), perché il mio Nome è in lui." (Es:23:20-21). [...] La visione della Gloria Divina trova confronto con la visione del Serafino, l'aspetto igneo visibile e tangibile della Presenza Divina Speciale, la Colonna di Fuoco che crea e che trasforma: Dio proclama a Mosè il suo Nome (Gen.16,13; Ap.2:7) e le sue qualità (Es.34:6), il Nome di Dio che è nel suo Angelo, stabilendo così la Santa Alleanza con Mosè e quindi con il suo Popolo Eletto (Es.34:10). Quando, per mezzo del suo Angelo Dio elargisce, con la sua Grazia, una concentrazione della sua Divina Presenza, l'Uomo Mosè diviene "Unto da Dio" e la sua gente "il Popolo Eletto". Alessandro Benassai estratto da "L'ANGELO DI DIO" |
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