| La Bhagavad Gita e la dottrina dell'Avatar |
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La Bhagavad Gîtâ, ossia “il canto del Beato”, è un episodio del più grande poema indiano, il Mahâbhârata. Essa si trova inserita nella descrizione della grande battaglia tra Kuruidi e Pânduidi e precisamente nel Libro VI, lettura 25-42, Libro di Bhîshma. Si tratta di un dialogo tra il Signore Krishna, l’Avatâra, “Colui che discende (dal cielo)”, il Dio incarnato nell’umanità, e l’eroe pânduide Arjuna. Ecco brevemente quale fu la causa della guerra fratricida che si combatté nel Kuruhshetra che forma il soggetto della maggior epica indiana. Da Kuru, eroe solare, dopo molte generazioni nacquero Dhritarâshtra e Pându. Il primo, sebbene maggiore, essendo cieco non poteva diventare re secondo la legge brâhmanica. Tenne dunque il governo Pându e dopo di lui il maggiore dei suoi figli, Yudhishtrhira. Fratelli suoi nati dalla stessa madre Kuntî furono Arjuna e Bhîma. Figli di Pându ma di altra madre furono Nakula e Sahadeva. Questi furono i cinque Pânduidi. Dhritarâshtra e i suoi figli mal tolleravano che il potere fosse passato al ramo cadetto della loro famiglia, e Duryodhana, il primogenito, cercava con tutti i mezzi di spodestare il cugino; alla fine riuscì con frodi e inganni a spogliarlo del regno per tredici anni, durante i quali i Pânduidi dovettero andare in esilio. Alla fine del tredicesimo anno i cinque Pânduidi ritornarono in patria per riprendere il regno, ma Duryodhana rifiutò di consegnarglielo. Allora i cugini si mostrarono disposti a rinunciare ai loro diritti in cambio del governo di cinque province, ma Duryodhana rispose che “senza guerra non avrebbero avuto nemmeno tanta terra quanta se ne può raccogliere sulla punta di una spada acuminata”. Il vecchio Dhritarâshtra fu dello stesso parere del figlio. S’interposero i saggi ma invano e la guerra scoppiò. Dhritarâshtra essendo cieco è lontano dalla lotta e non avrebbe potuto seguire lo svolgimento degli avvenimenti se Vyâsa non gli avesse offerto una visione chiaroveggente, che per volontà dello stesso Dhritarâshtra venne conferita al suo auriga e cantore Sañjaya. Egli, in stato estatico, raccontò al vecchio re cieco le vicende della guerra e il colloquio tra il divino auriga Krishna e il prode guerriero Arjuna. La battaglia si svolse nel “campo di Kuru”, presso Amballa, nell’India settentrionale, divenuto poi meta di pellegrinaggi. “Campo di Kuru” fu detto anche il territorio tra il Gange superiore, la Yamunâ e la Drisadvatì, centro da cui irradiò nell’India la cultura brâhmanica e perciò considerato sacro. Kuru, discendente di Bharata, secondo la leggenda dopo le imprese eroiche giovanili si fece eremita e il suo campo divenne sacro. Egli dette nome alla stirpe che da lui discese; infatti Kuruidi sono tanto i Pânduidi quanto i Dhritarâshtridi, sebbene i primi in modo particolare. Sañjaya dopo aver spiegato al vecchio re cieco la disposizione degli eserciti e dato una descrizione geografica dell’India, riportò il dialogo tra Krishna e Arjuna, dialogo che costituisce appunto l’argomento della Gîtâ. Alessandro Benassai dal capitolo "BHAGAVAD GITA E LA DOTTRINA DELL'AVATAR" estratto dal La Leggenda del Santo Graal e il Regno Misterioso |
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