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Le Parole Forza o Logodinami
Quando la mente, a forza di tentare e ritentare, è capace di trattenere un tema per un breve periodo, si dice che essa è concentrata sul tema. Allorché l’atteggiamento della mente si risolve con la totale eliminazione di qualsiasi altro pensiero o tema diverso da quello stabilito, e ci si fissa in una sola idea, si entra nella meditazione .
 
Questa riesce bene se la mente è sostenuta dalla ripetizione di un Nome Divino in una lingua sacra (ebraico, sanscrito, arabo, rispettivamente per un Cristiano abituato a queste lingue).
 
Se l’Archeosofo non è cristiano, ma è un ebreo, un indù o un islamico, allora utilizzerà la rispettiva lingua. La proprietà di certi Nomi espressi in una lingua sacra è tradizionalmente riconosciuta. In India si chiamano Mantram; noi Archeosofi abbiamo loro dato un vocabolo dedotto dal greco: Logodynamo = parola-forza.
 
Se associamo a questo suono una particolare forma, ritroveremo nella "ripetizione del Nome" o litania, la collaborazione del corpo con il pensiero la vibrazione sonora di un Nome rappresenta la Divinità. Nel processo della meditazione è, in certo qual modo, la Divinità stessa, ma per evitare equivoci e slittamenti panteistici, chiariremo in altra occasione
questo concetto.

Il "logodynamo" introduce la Divinità in noi, e quindi è un sacramento. Se diamo al "logodynamo" un valore sacramentale, allora attribuiamo ad esso un potere di trasmutare i modi inferiori della materia di cui il meditante è fatto: diciamo che Dio si introduce nell’intimo della materia e ne facilita l’evoluzione. La parola-forza è Dio che sotto forma di suono penetra in noi.
 
L’effetto è di trasformare in purezza le impurità di questa energia sottile che è la nostra mente. Gli uomini diventano puri ripetendo il Nome di Dio nella lingua sacra tradizionale, perché i suoi "logodynami" sono una potenza irresistibile. Il Cristo nell’Apocalisse di Giovanni (III,12), dice: "Scriverò su lui (l’Adepto) il nome del mio Dio". Nel contatto vivente con la Persona Divina, presente sotto forma di Nome (logodynamo) e immagine (icona), il contenuto della personalità si volatilizza. Identificandosi con la figura ideale sulla quale medita, l’Iniziato ha spostato il suo centro di gravità in Dio, senza tuttavia essere Dio. Avviene ciò che San Paolo disse ai Galati (II,20): "Non sono io che vivo, ma Cristo vive in me".

La meditazione non comporta più la ripetizione di pensieri, perché tutta la psiche è assorbita dall’ideale, cambiando il carattere dell’individuo, e lo alleggerisce del peso del suo destino acquisito, gli fa avvertire la sete di vivere. Se prima era polarizzato, orientato verso il mondo fenomenico, dopo sarà polarizzato verso Dio.
 
 

dal capitolo "TEORIA E PRATICA DELLA MEDITAZIONE"
 
 
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